domenica 24 febbraio 2013

La creazione di una mamma

Cinquantatré centimetri. Tre chili e ottocento grammi. 
Due occhi azzurri, una spolverata di capelli mori, un nasino sempre freddo e due mani lunghissime. 
E quella bocca, quella bocca tagliata dalla sua passione per succhiare il latte.

Lei, Anna. Venuta al mondo di domenica. Venuta al mondo la sera. 

Venuta al mondo con dolore.
Dolore, duro e schietto. Saliva e scendeva. Dalla schiena. Alla testa. 
Un dolore che toglie il pensiero, che toglie la ragione e che ti collega con l'istinto. 

Venuta al mondo con ansia e frenesia.
Venuta al mondo senza averla vista. Senza averla sentita. Senza averla messa sul mio cuore. 
Portata a far respirare, lontana da me.

Venuta al mondo come una pera, come una fragola. 

Ti ho guardata e ti ho riconosciuta. 
Ho visto un uccellino con il becco aperto. 
Ho visto una scimmietta che agita le braccia. 
Ho visto un cavallino scalciante.

Anna. 

sabato 24 novembre 2012

Ci si sta, stringendosi un po'

L'ho scelto perché era il meglio che potesse capitarmi.
L'ho scelto perché mi fa ridere. Ridere anche con la pancia.
L'ho scelto perché mi bacia, ogni mattina, prima di andare al lavoro.
L'ho scelto perché quando arriva a casa, alla sera, è stanchissimo. Ma mi rende partecipe del laser, dell'escavatore e della vasca del limo.
L'ho scelto perché mi scrive tre messaggi al mese. Ma mi chiama dieci volte al giorno.
L'ho scelto perché, per lui, sono indispensabile. Per trovare il sale, la camicia, la maglietta.
L'ho scelto perché mi dice ti amo.

L'ho scelto di nuovo, quando sei arrivata tu. Perché Tu mi hai spiazzata. E Lui, mi ha dato coraggio.
Mi ha stretto la mano, mi ha sgridata, mi ha consolato. Mi ha accompagnato, sempre.

L'ho scelto perché siete già Voi. Anche con la mia pancia in mezzo. Perché quando ti parla, tu ti muovi come un tornado. Perché quando ti canta le canzoni, tu ti muovi al ritmo della musica. Perché quando appoggia la sua mano, tu lo riconosci.
L'ho scelto perché era il meglio per noi. Perché, Anna, sarà il tuo papà.
Con la sua tenerezza e la sua voglia di fare. Con i baci e le carezze. Con il nervoso e le urla.



Ho incontrato in un libro, una volta, un papà. L'ho rivisto poco dopo in un film.
E non credevo fosse possibile essere genitori in quel modo. Ma c'era la sofferenza di mezzo. La necessità di essere padre, in una condizione disperata. Con violenza.
Bisogna avere sangue freddo, leggendo questo libro. Perché può fare male.


Nicolò Ammaniti,
Come dio comanda,
Mondadori,
2006.






Buona lettura, lettori.

sabato 10 novembre 2012

Guardo le cose sputate come sono

"Trent'anni è l'età più fottuta della vita, perché hai già delle vere - responsabilità, ecco, responsabilità che non ti vanno affatto ma che non puoi mica scrollarti di dosso, è il momento in cui devi farti una famiglia e andare avanti con tutto il resto, i bambini eccetera, altrimenti poi è troppo tardi e tu non hai ubbidito alle richieste della specie - la specie umana, ragazzo, ai trenta bisogna arrivarci preparati, essere - bisogna essere centrati - e realisti, lo sai che significa realisti?, significa che non mi bevo le storie di nessuno, che non mi faccio le fantasie di quanto è bello, guardo le cose sputate come sono e decido la mia storia."
Paolo Giordano, Il corpo umano.

Tremendamente tradizionalista. Sono tremendamente uniformata alla media.
Oppure.
Sono realista e con i piedi per terra.
Concedo poco spazio ai sarà e vorrei.
Un traguardo dietro l'altro. Perché era ciò che desideravo. Perché era ciò che volevamo.

Però.
È strano a 25 anni. È insolito avere una fede al dito e una pancione di 28 settimane.
È insolito trascorrere la mia vita come quella di una quarantenne.
Poi leggo una storia. Una lettera di un ragazzo, una lettera sul cancro. 30 anni e tumori.
E guardo le cose sputate come sono. Non sempre c'è tempo. E vedo che non si può rimandare quello che è importante. Lo si deve vivere.
E devo crescere. In sette mesi ho fatto crescere il mirtillino nella pancia. Adesso assomiglia a una grande anguria che balla la break-dance.

Sette mesi mi hanno aiutata a diventare consapevole.
Ho guardato alla mia infanzia. Ai miei genitori, alla mia sorellina, alla mia famiglia chiassosa.
Ho guardato ad una adolescenza piena di brufoli, timidezza e amori immaginati.
Ho guardato a quando ho incontrato Lui. A come sia possibile incontrare l'uomo della propria vita in discoteca, nel modo più sbagliato consigliabile.
Ho guardato alla mia casa. Al mio divano carta da zucchero.

Dove leggo. Perché leggo ancora. E mi sono capitati tanti libri tra le mani. Senza entusiasmo finché ho ritrovato Paolo Giordano.
E i soldati del Gulistan. Ragazzi. Umani deboli. Minacciati dalla dissenteria, da cecchini che non si vedono, dalla loro vita in Italia.
Perché non è semplice decidere di essere padre di una figlia concepita con sesso a pagamento.
Perché non è semplice allontanarsi dalla propria madre, l'unica donna che ti abbia mai toccato.
Perché non è semplice non essere il figlio perfetto per una volta.
Ancora una volta Paolo Giordano, mi ha mosso il cuore.

Buona lettura, lettori.

Paolo Giordano, Il corpo umano, Mondadori Editore, 2012.

sabato 6 ottobre 2012

Femmina, bionda e boccoluta

Sarò mamma di una femmina. 
Di una mora, capricciosa, boccoluta femmina. O di una bionda o di una rossa. 
Comunque sarà una bambina, e sarà Anna.

Mi sentivo nella pancia un maschio, per la verità. Quando ho visto le righette pensavo ai rollerblade, alle bratelle, ai calzoncini e alle moto da cross. 
O almeno mi convincevo che fosse un bambino. 
Giacomo, lo abbiamo chiamato per due mesi. 
Ma non c'è mai stato. 

C'è stata, da sempre, Anna. Anna, dal femore gigante. Anna, che si nasconde davanti alla sonda dell'ecografo.  Anna, dalle piccole orecchie e dalla bocca rotonda. 
Anna. Che si sveglia la sera. Dopo cena. Anna. Che  scalcia, sgomita. Anna, che vuole far capire che c'è. Anna.

Metto le mani sulla pancia. Aspetto e risponde. E sogno.
Sogno la sua prima tutina. La sua prima cuffia, le sue prime mollette.
Sogno i pennarelli, le matite e i gessetti.
Sogno i pupazzetti, i doudou, i carillon e le apine.
Sogno il suo lettino, il fasciatoio e i pannolini.
E sogno Lei. Sulla mia pancia, non più dentro.

sabato 29 settembre 2012

Tracciare segmenti

Segmenti e misure. Cervello, ventricoli, aorta e cuore. Mani, piedi, dita.
Poi quel viso. E quella mano che lo nascondeva.

Tutto nel percentile. Tutto nella normalità. Tutto.

È tutto normale a parte il fatto che c'è. Che si muove nella mia pancia. Che è la mia bambina, mia figlia.
Non è come dirlo, sentirlo. Sentire che fra quattro mesi sarò una mamma. Sarò la mamma di Anna. Io, figlia ribelle, mamma di Lei.

Averla nella pelle, nelle cellule, nel seno, nella schiena. Averla nel mio corpo trasformato. Averla negli occhi di Lorenzo che mi guardano, diversa. Averla nelle sue mani sulla mia pancia. Alla ricerca di quel calcio. Averla nell'ansia di quel pomeriggio, davanti alla porta della ginecologa. Sedermi lì davanti con il cuore a mille, finché ho visto il suo braccio muoversi. 

È bella più di una stella la mia bambina, guardo e riguardo quel viso. Lo studio, colta da un'attacco di mammitudine. Non so cosa significa essere mamma, io sono ancora solo una pancia in movimento.
Ma sento, davanti a quello schermo, un buco nello stomaco, quel riempirsi, quel movimento del cuore che credo sia amore.




Home, Susan Lordi


Willow Tree

mercoledì 26 settembre 2012

Attesa

In questa attesa, annego. In questa attesa, respiro a stento. In questa attesa desidererei dormire e svegliarmi al momento giusto. 

No, non sono portata a vivere l'attesa. Non sono portata a guardare l'orologio e il calendario e vedere quanto manca. Conto i giorni, saltandone qualcuno. Conto i mesi, conto le ore. 

Che poi se mi guardo indietro di strada ne ho già fatta. 
21 settimane, di attesa, di domande, di paure, di gioie, di emozioni. Mancano tante settimane quante ne ho già trascorse. A metà strada. 
È come quando fai le gite nei boschi. Quando ti siedi a mangiare a pranzo. Fiera di quello che hai già fatto, ma pronta a rimetterti in piedi. Per arrivare alla vetta. 

Ecco domani una nuova importante tappa. Una prova da superare, per veùdere se tutti abbiamo fatto i compiti. 
Morfologica, significa vedere se lì dentro è tutto a posto. Significa venti minuti di controlli, di misure, di gambe, di braccia, di testa e di mani. Voglio vederla. Lì, davanti a quel televisore con le mani nelle mani. 

Cresci, piccola mia. Scalcia, piccola mia. Respira, piccola mia. 
Io, sono qui a proteggerti. Con le mani sulla pancia, pronta a sentire ogni tuo movimento. Pronta a bere, far pipì, cantarti una canzone, svegliarmi la notte, accarezzarmi l'ombelico. 
Siamo a metà del viaggio. 
Tu, io e il papà. Ti voglio bene, vi voglio bene, ti vogliamo bene.  



venerdì 21 settembre 2012

Finché morte non ci separi

14 Luglio 2012.

Due anelli al dito, emozioni su emozioni difficili da sciogliere. Difficili da rendere singolarmente. Una matassa di fili di ricordi.

La scala di casa della mamma. I fiocchi. I vicini alla finestra. I fiori arrivati alla mattina.
I parenti.
I capelli e il trucco. Guardarsi allo specchio e vedersi un'altra. Capelli, ferro per i ricci, lacca, illuminante, piegaciglia, fard, mascara, correttore (a fiumi!), ombretti, matita dentro gli occhi.
(ricordate Mulan? Quando doveva presentarsi alla mezzana?)


Mi sono sentita una principessa, dentro una nuvola, dentro quel tappeto fiorito. Bello da fare invidia, bello come non ne ho ancora visti, su nessuna.
E scendere per le scale, perché tutta non ci stavo nell'ascensore. Le mie damigelle, le bambine più belle di tutta Italia, come boccioli di principessa. Applausi in via Turbini, non pensavo che il quartiere si interessasse a me. Eppure.

Dimenticarsi il bouquet. Lasciare a casa le mie peonie bianche. Arrivare mezz'ora in ritardo, la voglia di essere già là, gustarmi il tragitto. Le macchine che vedevano la sposa, e mi salutavano. A meno di un chilometro penso di avere spento il cervello. E acceso il cuore, e i gesti sono venuti di conseguenza. Il mio papà mi ha guardato, prima di scendere. E lì ho rivisto quando mi faceva giocare sul tappeto con gli occhi pieni di sonno. E ho sentito i suoi no e i suoi sì. E ho visto le mattine in macchina, fino a casa della nonna, con un nuovo cd. E ho sentito le storie della sua infanzia, raccontate con un pizzico di licenza poetica.

E ci siamo incamminati. E mi ha sorretto, come sempre fino ad ora. E mi ha portato fino all'altare, e mi ha consegnato a Lui. A lui, bello e raggiante. Le mani con la tremarella. Ci siamo seduti, ci siamo guardati ci siamo presi le mani e non ce le siamo più lasciate.

È stata una festa incredibile. Con un trattore, con i fuochi d'artificio, con la discoteca a cui abbiamo detto addio per sempre. Con Anna dentro alla mia pancia, dentro di noi. Facendoci capire che, noi, siamo già una famiglia.