venerdì 14 giugno 2013

Bamboo_prima




Un'idea che avevo in mente da un po'.

Da prendere un po' così come viene. Sono scene di un racconto che ho chiuso nella mia testa e sotto le mie unghie. E che metterò qui. Puntata dopo puntata.
Da prendere un po' così come viene. Perché non sono una scrittrice e perché le parole mi escono una dietro l'altra senza pensarci. E di solito portano una storia. Come in questo caso.
Da prendere un po' così come viene. Perché a volte non si capisce dove voglio arrivare ma, prima o poi, arrivo.
Si comincia. Buona lettura lettori.


L’ultima cosa che ricordo sono le tue mani appiccicose. Sarà stata colpa della marmellata della colazione. O forse dell’aranciata che avevi rovesciato sul tavolo.
Le tue mani appiccicose sulla mia giacca verde smeraldo. E una chiazza sulla spalla.
Ti avevo staccato da me. Perché dovevo ricominciare a vestirmi da capo e cambiare maglietta, pantaloni e giacca. Tu mi guardavi, seduta sul letto e controllavi tutti i movimenti nella stanza. Ricordo. Non mi staccavi gli occhi di dosso. Controllavi che non uscissi dalla stanza. Avevi paura a rimanere da sola. O forse semplicemente ti annoiavi e volevi vedere movimento.
Mi sono guardata nello specchio riflesso e tu mi sorridevi, nella tua vestina bianca.

Che begli occhi che hai, ho pensato. E come assomigliano a quelli del tuo papà.

Poi via, di fretta. Come sempre. Ricordi indistinti.
Porta, scale, macchina, seggiolino.
“No, dai, non piangere. Un attimo solo e poi partiamo. Guarda che bello questo orsacchiotto. Prova a prendere il ciuccio”. Metto in moto la macchina, la prima. E i soliti dieci chilometri.
Come sempre. Ti guardo l’ultima volta nello specchietto. Ciucciavi il dito di quelle mani appiccicose. Devo lavartele, prima di lasciarti al nido. Ho pensato.

Fine, pubblicità. Alla prossima.

mercoledì 22 maggio 2013

Ti prometto

Ti prometto.
Sorrisi, lacrime e risate.
Urla, sussurri e parole dolci.
Rimproveri, lodi e punizioni.

Ti prometto.
Una caramella anche prima di pranzo. Lo spazzolino e il dentifricio dopo ogni pasto.
Il gelato alla sera. La mela a merenda.
I cartoni animati al pomeriggio. Un libro per addormentarti.
Gli acquerelli e le tempere in casa. Il pongo e la creta sul terrazzo.
Lo zainetto per l'asilo con il tuo nome ricamato dalla mamma.
Le vestine colorate d'estate, con le cosce al vento.
Le bambole. Con il nome e i vestitini.

Ti prometto.
Abbracci. Di quelli che scaldano il cuore d'inverno.
Baci. Con lo schiocco.
Carezze.

Ti prometto.
Il giornalino quando avrai la febbre.
I regali sotto l'albero. Da scartare la mattina di Natale.
Il solletico nel lettone al papino. Sotto i piedi, perché lo soffre di più.
Gli spiedini alle sagre. E la musica che ti invita a danzare.
La piscina. E i codini.

Ti prometto una famiglia.
Un fratellino o una sorellina. Perché non è divertente crescere da soli.
Una mamma e un papà. Che ridono e che si baciano ancora.
La tavola apparecchiata, dove tutti cenano. E si raccontano la giornata.
Una cameretta dove giocare, con le tue amiche. Dove dormire e sognare sogni di miele.

Ti prometto.
Di tutelare la tua innocenza.
Di permetterti di essere una bambina finchè lo vorrai.
Di camminare al tuo fianco.
Di consegnarti al mondo, quando sarai grande. Sperando di aver fatto un buon lavoro.

Mamma.

martedì 7 maggio 2013

Con il cuore in mano e la tastiera sotto le dita.

Parlo a te.
A te che ti tocchi la pancia.
A te che sei la sua custode.
A te che hai un cuore dentro un cuore.
A te che hai tenuto quel test tra le mani, piangendo o ridendo.
A te che hai aspettato il tuo turno davanti alla porta del ginecologo. La prima volta con il cuore al galoppo.
A te che lo senti muovere, come una bolla.
A te che lo vedi dentro quello schermo, con il gel sulla pancia e le mani dietro la nuca.
A te che ti senti donna come non mai. Con i capelli lucenti e la pelle di pesca.
A te che vedi il tempo in settimane.
A te che vedi il tuo futuro, con il tuo bambino fra le braccia.

Sei all'inizio di un viaggio.
Un viaggio che inizia di notte. E che prosegue in macchina.
Un viaggio che ti porta in una stanza colorata. Con la musica in filodiffusione.
Un viaggio che condividi con un uomo. Che ti sta vicino ma che non capisce. Che ti prende la mano, che ti vede soffrire. Dopo quel giorno, a suoi occhi, cambierai per sempre.

C'è un traguardo. Con quel cucciolo in braccio. Che ti sembra così estraneo. Così quotidiano.
Potresti avere paura.
Potresti avere voglia di chiudere la porta e andare fuori. A respirare l'aria.
Potresti volere dormire. A pancia in giù.
Potresti guardarlo e non riconoscere i suoi occhi.

Non sei matta. Non sei innaturale. Non sei cattiva.

E' arrivata Lei.
Depressione post-parto. Quell'essere viscido, strisciante che ti ha rubato la maternità. Come è successo a me.
Chiedi aiuto, ne hai bisogno.
Abbi fiducia. Passerà.
Non stare da sola. Esci.
Circondati di donne. Meglio se madri.
Poi aspetta. Passeranno i 40 giorni. Passeranno i 2 mesi.

Ho imparato che non si è mamma. Lo si diventa.
Ho imparato che la mia bambina non è un Sbrodolina. Ma mangia, caga, dorme, piange. E sorride.
Ho imparato che è la parte migliore della mia vita. La parte più difficile.

Giulia.

martedì 5 marzo 2013

Boccacuore

Anna è Boccacuore.

Anna è Bocca che cerca il mio seno. Che lo trova e si calma.
Anna è Bocca che piange. Che a volte si calma, a volte grida a squarciagola.
Anna è Bocca che sorride. Che sia latte sullo stomaco o voglia di guardare al mondo.
Anna è Bocca che gorgheggia. Che fa un versetto sul fasciatoio.

Anna è Cuore quando vuole dormire vicino alla sua mamma. O è la sua mamma che vuole dormire con lei.
Anna è Cuore quando si ribella quando la si disturba mentre mangia.
Anna è Cuore quando in braccio al suo papà si calma.
Anna è Cuore quando TI GUARDA veramente.

Anna è diventata la mia Bocca e il mio Cuore.


domenica 24 febbraio 2013

La creazione di una mamma

Cinquantatré centimetri. Tre chili e ottocento grammi. 
Due occhi azzurri, una spolverata di capelli mori, un nasino sempre freddo e due mani lunghissime. 
E quella bocca, quella bocca tagliata dalla sua passione per succhiare il latte.

Lei, Anna. Venuta al mondo di domenica. Venuta al mondo la sera. 

Venuta al mondo con dolore.
Dolore, duro e schietto. Saliva e scendeva. Dalla schiena. Alla testa. 
Un dolore che toglie il pensiero, che toglie la ragione e che ti collega con l'istinto. 

Venuta al mondo con ansia e frenesia.
Venuta al mondo senza averla vista. Senza averla sentita. Senza averla messa sul mio cuore. 
Portata a far respirare, lontana da me.

Venuta al mondo come una pera, come una fragola. 

Ti ho guardata e ti ho riconosciuta. 
Ho visto un uccellino con il becco aperto. 
Ho visto una scimmietta che agita le braccia. 
Ho visto un cavallino scalciante.

Anna. 

sabato 24 novembre 2012

Ci si sta, stringendosi un po'

L'ho scelto perché era il meglio che potesse capitarmi.
L'ho scelto perché mi fa ridere. Ridere anche con la pancia.
L'ho scelto perché mi bacia, ogni mattina, prima di andare al lavoro.
L'ho scelto perché quando arriva a casa, alla sera, è stanchissimo. Ma mi rende partecipe del laser, dell'escavatore e della vasca del limo.
L'ho scelto perché mi scrive tre messaggi al mese. Ma mi chiama dieci volte al giorno.
L'ho scelto perché, per lui, sono indispensabile. Per trovare il sale, la camicia, la maglietta.
L'ho scelto perché mi dice ti amo.

L'ho scelto di nuovo, quando sei arrivata tu. Perché Tu mi hai spiazzata. E Lui, mi ha dato coraggio.
Mi ha stretto la mano, mi ha sgridata, mi ha consolato. Mi ha accompagnato, sempre.

L'ho scelto perché siete già Voi. Anche con la mia pancia in mezzo. Perché quando ti parla, tu ti muovi come un tornado. Perché quando ti canta le canzoni, tu ti muovi al ritmo della musica. Perché quando appoggia la sua mano, tu lo riconosci.
L'ho scelto perché era il meglio per noi. Perché, Anna, sarà il tuo papà.
Con la sua tenerezza e la sua voglia di fare. Con i baci e le carezze. Con il nervoso e le urla.



Ho incontrato in un libro, una volta, un papà. L'ho rivisto poco dopo in un film.
E non credevo fosse possibile essere genitori in quel modo. Ma c'era la sofferenza di mezzo. La necessità di essere padre, in una condizione disperata. Con violenza.
Bisogna avere sangue freddo, leggendo questo libro. Perché può fare male.


Nicolò Ammaniti,
Come dio comanda,
Mondadori,
2006.






Buona lettura, lettori.

sabato 10 novembre 2012

Guardo le cose sputate come sono

"Trent'anni è l'età più fottuta della vita, perché hai già delle vere - responsabilità, ecco, responsabilità che non ti vanno affatto ma che non puoi mica scrollarti di dosso, è il momento in cui devi farti una famiglia e andare avanti con tutto il resto, i bambini eccetera, altrimenti poi è troppo tardi e tu non hai ubbidito alle richieste della specie - la specie umana, ragazzo, ai trenta bisogna arrivarci preparati, essere - bisogna essere centrati - e realisti, lo sai che significa realisti?, significa che non mi bevo le storie di nessuno, che non mi faccio le fantasie di quanto è bello, guardo le cose sputate come sono e decido la mia storia."
Paolo Giordano, Il corpo umano.

Tremendamente tradizionalista. Sono tremendamente uniformata alla media.
Oppure.
Sono realista e con i piedi per terra.
Concedo poco spazio ai sarà e vorrei.
Un traguardo dietro l'altro. Perché era ciò che desideravo. Perché era ciò che volevamo.

Però.
È strano a 25 anni. È insolito avere una fede al dito e una pancione di 28 settimane.
È insolito trascorrere la mia vita come quella di una quarantenne.
Poi leggo una storia. Una lettera di un ragazzo, una lettera sul cancro. 30 anni e tumori.
E guardo le cose sputate come sono. Non sempre c'è tempo. E vedo che non si può rimandare quello che è importante. Lo si deve vivere.
E devo crescere. In sette mesi ho fatto crescere il mirtillino nella pancia. Adesso assomiglia a una grande anguria che balla la break-dance.

Sette mesi mi hanno aiutata a diventare consapevole.
Ho guardato alla mia infanzia. Ai miei genitori, alla mia sorellina, alla mia famiglia chiassosa.
Ho guardato ad una adolescenza piena di brufoli, timidezza e amori immaginati.
Ho guardato a quando ho incontrato Lui. A come sia possibile incontrare l'uomo della propria vita in discoteca, nel modo più sbagliato consigliabile.
Ho guardato alla mia casa. Al mio divano carta da zucchero.

Dove leggo. Perché leggo ancora. E mi sono capitati tanti libri tra le mani. Senza entusiasmo finché ho ritrovato Paolo Giordano.
E i soldati del Gulistan. Ragazzi. Umani deboli. Minacciati dalla dissenteria, da cecchini che non si vedono, dalla loro vita in Italia.
Perché non è semplice decidere di essere padre di una figlia concepita con sesso a pagamento.
Perché non è semplice allontanarsi dalla propria madre, l'unica donna che ti abbia mai toccato.
Perché non è semplice non essere il figlio perfetto per una volta.
Ancora una volta Paolo Giordano, mi ha mosso il cuore.

Buona lettura, lettori.

Paolo Giordano, Il corpo umano, Mondadori Editore, 2012.