sabato 6 ottobre 2012

Femmina, bionda e boccoluta

Sarò mamma di una femmina. 
Di una mora, capricciosa, boccoluta femmina. O di una bionda o di una rossa. 
Comunque sarà una bambina, e sarà Anna.

Mi sentivo nella pancia un maschio, per la verità. Quando ho visto le righette pensavo ai rollerblade, alle bratelle, ai calzoncini e alle moto da cross. 
O almeno mi convincevo che fosse un bambino. 
Giacomo, lo abbiamo chiamato per due mesi. 
Ma non c'è mai stato. 

C'è stata, da sempre, Anna. Anna, dal femore gigante. Anna, che si nasconde davanti alla sonda dell'ecografo.  Anna, dalle piccole orecchie e dalla bocca rotonda. 
Anna. Che si sveglia la sera. Dopo cena. Anna. Che  scalcia, sgomita. Anna, che vuole far capire che c'è. Anna.

Metto le mani sulla pancia. Aspetto e risponde. E sogno.
Sogno la sua prima tutina. La sua prima cuffia, le sue prime mollette.
Sogno i pennarelli, le matite e i gessetti.
Sogno i pupazzetti, i doudou, i carillon e le apine.
Sogno il suo lettino, il fasciatoio e i pannolini.
E sogno Lei. Sulla mia pancia, non più dentro.

sabato 29 settembre 2012

Tracciare segmenti

Segmenti e misure. Cervello, ventricoli, aorta e cuore. Mani, piedi, dita.
Poi quel viso. E quella mano che lo nascondeva.

Tutto nel percentile. Tutto nella normalità. Tutto.

È tutto normale a parte il fatto che c'è. Che si muove nella mia pancia. Che è la mia bambina, mia figlia.
Non è come dirlo, sentirlo. Sentire che fra quattro mesi sarò una mamma. Sarò la mamma di Anna. Io, figlia ribelle, mamma di Lei.

Averla nella pelle, nelle cellule, nel seno, nella schiena. Averla nel mio corpo trasformato. Averla negli occhi di Lorenzo che mi guardano, diversa. Averla nelle sue mani sulla mia pancia. Alla ricerca di quel calcio. Averla nell'ansia di quel pomeriggio, davanti alla porta della ginecologa. Sedermi lì davanti con il cuore a mille, finché ho visto il suo braccio muoversi. 

È bella più di una stella la mia bambina, guardo e riguardo quel viso. Lo studio, colta da un'attacco di mammitudine. Non so cosa significa essere mamma, io sono ancora solo una pancia in movimento.
Ma sento, davanti a quello schermo, un buco nello stomaco, quel riempirsi, quel movimento del cuore che credo sia amore.




Home, Susan Lordi


Willow Tree

mercoledì 26 settembre 2012

Attesa

In questa attesa, annego. In questa attesa, respiro a stento. In questa attesa desidererei dormire e svegliarmi al momento giusto. 

No, non sono portata a vivere l'attesa. Non sono portata a guardare l'orologio e il calendario e vedere quanto manca. Conto i giorni, saltandone qualcuno. Conto i mesi, conto le ore. 

Che poi se mi guardo indietro di strada ne ho già fatta. 
21 settimane, di attesa, di domande, di paure, di gioie, di emozioni. Mancano tante settimane quante ne ho già trascorse. A metà strada. 
È come quando fai le gite nei boschi. Quando ti siedi a mangiare a pranzo. Fiera di quello che hai già fatto, ma pronta a rimetterti in piedi. Per arrivare alla vetta. 

Ecco domani una nuova importante tappa. Una prova da superare, per veùdere se tutti abbiamo fatto i compiti. 
Morfologica, significa vedere se lì dentro è tutto a posto. Significa venti minuti di controlli, di misure, di gambe, di braccia, di testa e di mani. Voglio vederla. Lì, davanti a quel televisore con le mani nelle mani. 

Cresci, piccola mia. Scalcia, piccola mia. Respira, piccola mia. 
Io, sono qui a proteggerti. Con le mani sulla pancia, pronta a sentire ogni tuo movimento. Pronta a bere, far pipì, cantarti una canzone, svegliarmi la notte, accarezzarmi l'ombelico. 
Siamo a metà del viaggio. 
Tu, io e il papà. Ti voglio bene, vi voglio bene, ti vogliamo bene.  



venerdì 21 settembre 2012

Finché morte non ci separi

14 Luglio 2012.

Due anelli al dito, emozioni su emozioni difficili da sciogliere. Difficili da rendere singolarmente. Una matassa di fili di ricordi.

La scala di casa della mamma. I fiocchi. I vicini alla finestra. I fiori arrivati alla mattina.
I parenti.
I capelli e il trucco. Guardarsi allo specchio e vedersi un'altra. Capelli, ferro per i ricci, lacca, illuminante, piegaciglia, fard, mascara, correttore (a fiumi!), ombretti, matita dentro gli occhi.
(ricordate Mulan? Quando doveva presentarsi alla mezzana?)


Mi sono sentita una principessa, dentro una nuvola, dentro quel tappeto fiorito. Bello da fare invidia, bello come non ne ho ancora visti, su nessuna.
E scendere per le scale, perché tutta non ci stavo nell'ascensore. Le mie damigelle, le bambine più belle di tutta Italia, come boccioli di principessa. Applausi in via Turbini, non pensavo che il quartiere si interessasse a me. Eppure.

Dimenticarsi il bouquet. Lasciare a casa le mie peonie bianche. Arrivare mezz'ora in ritardo, la voglia di essere già là, gustarmi il tragitto. Le macchine che vedevano la sposa, e mi salutavano. A meno di un chilometro penso di avere spento il cervello. E acceso il cuore, e i gesti sono venuti di conseguenza. Il mio papà mi ha guardato, prima di scendere. E lì ho rivisto quando mi faceva giocare sul tappeto con gli occhi pieni di sonno. E ho sentito i suoi no e i suoi sì. E ho visto le mattine in macchina, fino a casa della nonna, con un nuovo cd. E ho sentito le storie della sua infanzia, raccontate con un pizzico di licenza poetica.

E ci siamo incamminati. E mi ha sorretto, come sempre fino ad ora. E mi ha portato fino all'altare, e mi ha consegnato a Lui. A lui, bello e raggiante. Le mani con la tremarella. Ci siamo seduti, ci siamo guardati ci siamo presi le mani e non ce le siamo più lasciate.

È stata una festa incredibile. Con un trattore, con i fuochi d'artificio, con la discoteca a cui abbiamo detto addio per sempre. Con Anna dentro alla mia pancia, dentro di noi. Facendoci capire che, noi, siamo già una famiglia. 



sabato 15 settembre 2012

L'aspettiamo

Giugno. Una mattina. Pipì. Due linee. Lorenzo. Gli occhi pieni di sonno. Un bacio ancora con la bocca della notte.

Sì, quello che aspettavamo.
Quello che non pensavamo arrivasse. Non proprio quel mese.
Invece era bello evidente. Con due linee rosse su un test fatto per scrupolo, non si sa mai.

Le mani mi sono tremate per quattro giorni. Gli occhi mi continuavano a rimandare quelle linee. Avevamo un segreto, un sussurro a fior di labbra. Lo conservavamo come un bicchiere di cristallo, con la paura di spezzare tutto.

Per la prima volta mi sono sentita in coppia. Al telefono di nascosto, per dirgli del secondo test positivo, dell'appuntamento con la dottoressa, del sonno che mi sfiancava.

Per la prima volta mi sono sentita solo un corpo. Avevo sonno, un sonno da levarmi la possibilità di pensare. Mal di schiena. Un senso di spossatezza che mi faceva chiudere gli occhi alle nove di sera.

Per la prima volta abbiamo sentito un cuore dentro un cuore. Come un cavallo impazzito. Come un rullio di tamburi. Per la prima volta non ho tirato in dentro la pancia. Anzi la accarezzavo.

Per la prima volta ho guardato io, mamma in potenza, negli occhi la mia, mamma da venticinque anni. E ho pianto, ho riso isterica, mi sono sentira immatura, mi sono sentita adulta.

Per la prima volta ho paura. Ho paura che tutto passi troppo veloce, ho paura che tutto passi troppo lento. L'aspetto, l'aspettiamo con ansia e trepidazione.

sabato 14 aprile 2012

La caverna


Vorrebbero nutrirci di ignoranza. Vorrebbero che il nostro pensiero fosse uniforme. Vorrebbero che tutti pensassimo le stesse cose. Vorrebbero che fossimo assuefatti da una medesima prospettiva.

Tutti uguali, marionette benpensanti. A fare, dire, a muovere le stesse cose. Indottrinati dalla stessa mediatica base di pensiero.
Ci nutrono con la televisione: Uomini e Donne, Amici, C'è posta per te, Ballando con le Stelle, L'isola dei famosi, Grande Fratello.
Si deve giocare di strategia. Si deve vincere. È facile guadagnare, basta essere un po' scaltri. È facile vincere basta avere un po' di fortuna. È facile avere successo, conquistare l'uomo dei tuoi sogni. È tutto semplice, basta mettersi davanti ad una telecamera, sorridere, ammiccare, far vedere la farfallina. Convinti che ognuno può essere quello che vuole. Basta credere nei propri sogni.

Pecore, vacche al pascolo.

Poi tutto viene mosso nella stanza dei bottoni. Tirano i fili della nostra vita. Muovono i nostri gusti, i nostri acquisti, le nostre mode. Danno forma ai sogni che vorremmo realizzare. La moda dei cellulari, dello smartphone, dell'Ipod, Ipad, Iphone. La moda della macchina potente. La moda della vacanza in villaggio. La moda dell'acquisto, del paghi poco alla volta, con tassi da usuraio.

Ho sempre creduto di essere una giovane consumatrice critica. Ho studiato a scuola, all'università. Ho guardato Anno Zero. Ho letto libri, impegnati. Ho visto film, impegnati. Amo la cultura quanto odio l'ignoranza.
Guardo alla televisione programmi spazzatura, con occhio critico. Giudico quello che vedo, non sono assuefatta passivamente.
Compro prodotti a chilometri zero. Cerco di informarmi sulla buona alimentazione, sulla buona salute.

Ma sono una marionetta.
Una concatenzione di eventi. Un articolo su internet di un'avvocatessa che denuncia lo Stato, un pensiero di una camicia verde, un film, una lettura.
E si sono squarciate le catene.

Stamattina mi sento pericolosamente antipolitica. I miei occhi si devono ancora abituare a questa luce accecante. A questa nuova realtà.
Sono stata fin da piccola nel fondo della caverna, in catene. Ero abituata a vivere nelle ombre. A credere che le ombre fossere cose reali.
Ho sciolto i lacci e ora guardo lo splendore abbagliante della luce all'aria aperta. Vedo indistintamente quanto è schifoso tutto quello che vedo. Ora come ora non vedo la possibilità che qualcosa possa cambiare.
Sarebbe più facile, consolante tornare nella caverna. Ma per il momento sono qua a guardare il cielo. Sotto la pioggia.

Solo una lettura. Veloce. Platone, La Repubblica, Libro VII. Il mito della caverna.

Buona lettura lettori,
Giulia

Platone, 
La Repubblica,
Bari,
Laterza,
1990.

martedì 10 aprile 2012

Inventar frottole

Una sala d'attesa. Sola, ad aspettare il mio turno per entrare.
Era l'ora di apertura del reparto. Calca all'ingresso. Un caldo da soffocare.
Mi volto e la vedo. Una donna bionda. Di una certa età. Alta, giunonica. Parla con la sua amica. Incespica con l'italiano ma prosegue a raccontare dettagliatamente le ore precedenti.
Dall'emozione arrossiva nelle gote. Sono nonna. Sono nonna, ripeteva. A chiunque ripeteva la sua meraviglia, il sublime avvenimento.

Si gira, mi vede. Arrossisco. Anche lei è qui per il reparto. Sì, mento spudoratamente. Aspetto la ginecologa. Anche lei è incinta? Si. Che bella emozione, sa anche mia figlia ha avuto un bambino. Ivan. Siamo russi.

Cerco di allontanarmi. Non vorrei continuare, ma mi prende la mano. Vuole proprio parlare con me. Desidera parlare, confrontarsi. Di quante settimane è, signorina? Sette. E' ancora molto presto. Già.

Chissà come sarà contenta sua mamma. Sì, anche mio marito. Poi sa, è una femmina e lui la desiderava così tanto. Si chiamerà Anna.

A dieci anni sognavo di avere un marito, due figlie e un cane.
I miei desideri sono rimasti gli stessi, da quindici anni.
Per ora devo raccontare bugie in un corridoio di ospedale.

In attesa che la natura faccia il suo corso, leggo. E capisco che in fondo decide tutto Lei.


Federica Cozzani,
Lascia che sia,
Milano,
Mursia,
2010.